[Recensione #18] Antonio Benforte – La ragazza della fontana

Buongiorno lettrici e lettori, stamattina vi parlo di questo piccolo gioiellino di sole 157 pagine, edito Scrittura & Scritture:

Antonio Benforte | La ragazza della fontana | Scrittura & Scritture | € 13,50 | Pag. 157 | Collana: Voci

Trama: L’estate dei Mondiali di calcio del ’94, le spensierate vacanze tra partite di pallone in pineta e tuffi al mare da raggiungere con un pulmino sgangherato: è tutto qui il divertimento di cinque ragazzini di un paesino chiuso e ancora arretrato, diffidente verso il Capitano, il diverso, un uomo taciturno e solitario, bersaglio di scherno e di maldicenze, da cui tutti sono invitati a tenersi lontano. Una sera d’agosto, però, le vite dei cinque amici sterzano bruscamente: una ragazza viene trovata morta nei pressi della fontana della piazza. I legami si allentano e le amicizie, fino ad allora certezze, sono subito messe a dura prova da sottili ipocrisie e ataviche paure.
Un romanzo in cui si respira la vita vera di un gruppetto di adolescenti e del loro complicato mondo fatto di insicurezze e timori, che possono portare a scelte sbagliate o a seconde possibilità inaspettate. Perché ci vuole coraggio a essere se stessi, ma solo allora si comincia a vivere davvero.

Recensione: Ci troviamo in un piccolo paese di ottomila persone nell’entroterra campano, dove il giovane protagonista con i suoi quattro amici passa le giornate estive a giocare a calcio. Un paese che lui definisce un paese da cui scappare.

Un paesino di persone fredde e povere nell’animo, di quelli in cui ci si conosce tutti, in cui la gente mormora e da cui i ragazzi con un briciolo di cervello scappano appena compiuta la maggiore età.

C’è un uomo, in questo paesino, che è stato emarginato da tutti. Un uomo trasandato e dai modi burberi. Gira con la sua macchina vecchissima e indossa sempre un cappello da marinaio, non se ne separa mai. Passa le sue giornate a sbraitare e a bere alcolici ma, alcune volte, si ferma a giocare a carte con i ragazzi. Il Capitano, l’hanno soprannominato.

Dicono che abbia un passato di alcol, droghe e si mormora che abbia ucciso anche la ragazza con cui si era trasferito in città.

Tutti ne hanno timore e se ne tengono alla larga. Il giovane protagonista oltre a esserne un po’ intimorito, forse un po’ meno rispetto agli altri, ne è anche incuriosito.

Dovendo recuperare il pallone che è finito nel giardino della casa del Capitano, il ragazzo si trova faccia a faccia con lui e viene invitato a entrare in casa. Rimane affascinato dalla parete piena di libri e fumetti e, piano piano, comincia a conoscerlo.

Nel frattempo, giocando come sempre a pallone, il ragazzo e i suoi quattro amici scoprono un cadavere, una ragazza di nome Rebecca. Si trova alla fontana, nello spazio alla fine della ripida stradina che portaalla pineta. I ragazzi vengono allontanati dal luogo del ritrovamento e vengono invitati ad andare a casa. 

Da quel momento, il gruppo di amici cambia. I ragazzi si frequentano molto meno e diventano quasi degli sconosciuti. Il giovane protagonista, così, continua a frequentare il Capitano, anche se ora, dopo il ritrovamento del cadavere, è stato ancor di più emarginato. La gente del paese ci mette pochissimo a ritenere lui responsabile dell’omicidio. Ma il ragazzo sa che non è così e cerca in tutti i modi di scagionarlo. E forse, solo con un qualcosa che si trova dentro casa del Capitano può riuscirci.

Non continuo perché sono consapevole che dovrei fare spoiler e, invece, voglio lasciare a voi la scoperta di questo piccolo gioiellino. Un piccolo romanzo che mi ha fatto ritornare alla mia adolescenza. Io e mio fratello siamo nati in città, ma mia madre è nata nel paese di origine dei miei nonni, un paesino davvero piccolo, che conta massimo 40 persone in inverno e 300, più o meno, in estate. Quindi, come potete immaginare, ci conosciamo tutti e, quando succedequalcosa, le voci corrono alla velocità della luce, iniziando dalla verità ma, man mano che passano di bocca in bocca, si arricchiscono di particolari inesistenti. Un paese in cui è presente solo un bar, quindi il nostro divertimento era giocare a biliardino bevendo coca cola, tirare due calci a un pallone, fare i gavettoni, cose così insomma. La prima volta che ho pensato al mio bel paesello è stato quando lo scrittore parla del gioco Sette si schiaccia (noi lo chiamavamo Schiaccia sette), mi sono tornati in mente i momenti in cui ci giocavamo anche noi, a quanto ci divertivamo e a quanto ci arrabbiavamo se qualcuno decideva che il sette lo doveva schiacciare su di te. Mi sono ritrovata a sorridere senza neanche accorgermene. E ho sorriso ancora di più quando lo scrittore ha parlato di un videogioco:

[…] con un pennellino dovevi riuscire a ritagliare delle porzioni di quadro con percorsi che avessero inizio e fine sul bordo del pannello, e queste come per magia ti davano una parte del corpo di una donna seminuda.

Ecco, io quel videogioco lo avevo completamente rimosso. E leggendo questa parte del libro, quasi non ci volevo credere. Mi ha riportato alla mente tante risate con i miei amici e le mie amiche, ce lo litigavamo a volte.. E io sono semplicemente felice di aver riscoperto nella mia mente alcuni pezzi della mia adolescenza che avevo completamente rimosso.

Ringrazio lo scrittore Antonio Benforte per aver scritto questo bellissimo romanzo, ringrazio la casa editrice Scrittura & Scritture per averlo pubblicato e per avermene inviato una copia e ringrazio il romanzo. Si, il romanzo che è diventato un po’ anche mio, il paese nell’entroterra campano che è un po’ come il mio paese nell’entroterra laziale.

Leggetelo appena potete, soprattutto se avete un paese in cui avete trascorso infanzia e adolescenza, questo libro è capace di farvi tornare indietro con il tempo. Leggetelo perché, oltre all’amicizia, si parla di amore, di conoscenza di quell’ignoto di cui tutti hanno paura. Si parla di emarginazione, scherno, e sono cose che non dovrebbero esistere.

Vi lascio con una citazione di questo romanzo, una sacrosanta verità:

Molto spesso temiamo l’ignoto perché abbiamo paura, dopo averlo conosciuto, di rimanere affascinati.

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