[RECENSIONE #24] Auschwitz. Ero il numero 220543 di Denis Avey

Buon inizio settimana, amici lettori! Oggi vi parlo di un libro che ho terminato la scorsa settimana: Auschwitz. Ero il numero 220543 di Denis Avey, un libro doloroso, crudo, vero.

Newton Compton | € 5,90 | Pag. 316

Nel 1944 Denis Avey, un soldato britannico che stava combattendo nel Nord Africa, viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di lavoro per prigionieri. Durante il giorno si trova a lavorare insieme ai detenuti del campo vicino chiamato Auschwitz. Inorridito dai racconti che ascolta, Denis è determinato a scoprire qualcosa in più. Così trova il modo di fare uno scambio di persone: consegna la sua uniforme inglese a un prigioniero di Auschwitz e si fa passare per lui. Uno scambio che significa nuova vita per il prigioniero mentre per Denis segna l’ingresso nell’orrore, ma gli concede anche la possibilità di raccogliere testimonianze su ciò che accade nel lager. Quando milioni di persone avrebbero dato qualsiasi cosa per uscirne, lui, coraggiosamente, vi fece ingresso, per testimoniare un giorno la verità. La storia è stata resa pubblica per la prima volta da un giornalista della BBC, Rob Broomby, nel novembre 2009. Grazie a lui Denis ha potuto incontrare la sorella del giovane ebreo che salvò dal campo. Nel marzo del 2010, con una cerimonia presso la residenza del Primo ministro del Regno Unito, è stato insignito della medaglia come “eroe dell’Olocausto”. 

LA MIA OPINIONE

Una parola per descriverlo: doloroso. È la sensazione che provo ogni volta che leggo libri che trattano questo tema ma, è più forte di me, non riesco a smettere di leggerli. Ne ho letti molti, tutti diversi, ma con in comune una cosa: il dolore e la sofferenza che ti fanno provare durante la lettura, ma anche una volta che quel libro è stato chiuso. Sì, perché è impossibile staccarsene del tutto; quella sensazione di impotenza ti rimane addosso.

In questo romanzo, edito da Newton Compton, Denis Avey ci racconta cosa vide con i suoi occhi, cosa vide nei campi lager e nelle persone che, purtroppo, erano rinchiuse lì.

Denis era un soldato britannico, arruolatosi per il gusto e l’avventura, senza sapere effettivamente cosa lo aspettasse. Catturato dai tedeschi durante un’offensiva in Nord Africa, fu portato nei campi riservati ai prigionieri di guerra. Uno di questi campi, si trovava vicino a Auschwitz III – Monowitz, uno dei campi di concentramento riservato agli ebrei. Essendo i due campi quasi attaccati, i prigionieri di guerra e gli ebrei lavoravano fianco a fianco, ma con la differenza che i secondi venivano picchiati, percossi, torturati mentre i primi no. La loro unica differenza era quella; una differenza comunque molto importante.

Così cominciammo a lavorare fianco a fianco con gli Ebrei. Da quel momento in poi condividemmo la loro fatica, ma non le frustate e le esecuzioni arbitrarie. Noi non eravamo destinati allo sterminio, loro si. Era questa la differenza.

Volendo documentare quello che succedeva nel campo vicino al suo, Denis si era scambiato gli abiti con un prigioniero ebreo e aveva preso il suo posto. Aveva così visto quello che realmente volesse dire essere un ebreo. Aveva constatato con i suoi occhi che, chi non veniva mandato direttamente ai forni al momento della deportazione, veniva ucciso lentamente, giorno dopo giorno, fisicamente e psicologicamente.

Denis aveva anche fatto amicizia con Ernst, un ebreo deportato nel campo nel 1943 da Breslavia. Ernst gli aveva parlato di sua sorella Susanne, riuscita a scappare in Inghilterra prima che fosse deportata anche lei. Così Denis aveva cercato di rintracciarla, tramite sua madre, e ci era riuscito. Solo moltissimi anni dopo, aveva saputo che con quel gesto gli aveva salvato la vita.

C’è stato un momento, durante la lettura, in cui ho dovuto chiudere il libro e riprendere fiato. Una scena che difficilmente dimenticherò e non oso immaginare il dolore di chi l’ha vista accadere davanti ai suoi occhi. Non voglio descrivervi quale scena fosse, vi posso dire però che ne era protagonista un neonato. Ripensare ancora adesso a quelle parole, immaginare quel momento, mi fa venire il voltastomaco. Un dolore atroce.

La domanda più ricorrente, quando leggo questo tipo di libri, è: Come si può? Come può una persona decidere di essere superiore a un’altra e determinare così la sua fine?

Non so se siete soliti leggere di questi argomenti, ma questo ve lo consiglio assolutamente.

Fatemi sapere cosa ne pensate, se lo avete letto o se lo leggerete in futuro… Aspetto i vostri commenti!

Piaciuto l'articolo? Condividilo!

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: