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[RECENSIONE] Il suono di mille silenzi di Emma La Spina

[RECENSIONE] Il suono di mille silenzi di Emma La Spina

Ho scritto tutto questo per le mie compagne, che ancora vivono nel profondo timore di parlare delle loro sofferenze, quasi ne siano state le carnefici e non le vittime.

Ho scritto tutto questo per spalancare porte che per troppo tempo sono rimaste chiuse, per illuminare camere buie, per far crollare muri cementati con l’indifferenza e l’ipocrisia.

Ma soprattutto, ho scritto tutto questo perché non sono mai riuscita a urlarlo prima. Sono una delle mille bambine in silenzio nelle grandi stanze di un istituto.


Emma La Spina | Il suono di mille silenzi | Piemme | € 9,90 | Pag. 169

Sua madre – una donna fredda e dura, che lei ha visto solo in rare occasioni ha partorito e abbandonato undici figli. Lei è la decima. Da subito, non ha diritto a nulla, né a una casa, né a una famiglia. Nemmeno il nome le appartiene. Perché Emma le viene assegnato dalle suore il giorno del suo ingresso nell’istituto che accoglie un migliaio di bambine come lei. Un luogo di deprivazione e di autentico terrore dove, su tutto, domina un innaturale silenzio. La vita delle piccole ospiti, del tutto priva di amore, di un qualsiasi gesto di affetto, è fatta della crudele monotonia che scandisce ogni giorno. Mai un gioco, una bambola, una fiaba. Solo regole inflessibili e punizioni corporali, cui si aggiungono più sottili tormenti e vessazioni psicologiche. Nell’istituto – i famigerati “collegi” menzionati come spauracchio a generazioni di bambini – le bimbe non hanno alcun contatto con l’esterno.

LA MIA OPINIONE

La signora da cui sono nata aveva una strana abitudine: metteva al mondo figli, uno dopo l’altro, e li abbandonava subito dopo il parto. È accaduto undici volte. Io sono la decima esperienza.

Inizia così il primo capitolo del libro di Emma La Spina e, già da subito, si intuisce che tipo di lettura sarà: difficile, complicata, dura, piena di sofferenza; una lettura che ti scava dentro.

L’ho iniziato a fine febbraio convinta di riuscire a terminarlo in poche ore, date le poche pagine. Mi sbagliavo. Ci ho messo qualche giorno. Le cose scritte in questa autobiografia sono talmente dolorose da non riuscire a leggerne più di qualche dose per volta. Come se il lettore non riuscisse a percepire tutto ciò che l’autrice sta cercando di comunicare e, quindi, sia obbligato a fermarsi.

Emma è una bambina di tre anni quando la trasferiscono dall’orfanotrofio al collegio. Ed Emma non è neanche il suo nome: le è stato dato dalle suore al suo arrivo. Prima non ne aveva neanche uno. Sebbene i ricordi più nitidi inizieranno dall’età dei cinque anni, Emma percepisce fin da subito che quello non è un luogo dove c’è amore.

Questo lo imparerà molto bene a sue spese: ogni minimo errore, lo pagherà con le botte. E non sarà l’unica: le sue compagne avranno la stessa sorte.

Il menefreghismo, le regole, le reazioni, la freddezza: tutto ciò che aleggia in quell’istituto è allucinante e agghiacciante. Le bambine che ne fanno parte non hanno niente per l’igiene, hanno solo la possibilità di fare un bagno – tutte con la stessa acqua – una volta al mese; se la mattina non riescono a fare i bisogni corporali, dovranno aspettare il giorno dopo perché quella è l’unica occasione che è concessa loro; se, per paura, si fanno la pipì addosso – sono tutte bambine piccole e vivono nel costante terrore delle sevizie corporali e psicologiche – oltre alle botte, sono costrette ad andare in giro, per tutta la giornata, con le mutande bagnate messe sulla testa; a tavola non possono neanche scambiarsi una parola e, ovviamente, se non dovessero rispettare questa regola sono botte; a scuola, durante la ricreazione, non hanno nulla da poter mettere sotto i denti, così come non hanno nulla in istituto, oltre alla poltiglia che danno per pranzo; se, per caso, quella poltiglia non la mangi e una suora ti scopre, vieni portata in bagno e ti viene infilata in bocca con la forza. Queste che ho descritto sono solo alcune delle cose che sono accadute a Emma.

Immaginate il dolore e l’incredulità nel leggere queste cose, nell’immedesimarsi in quelle bambine, nel vivere la loro infanzia e la loro adolescenza. Tutto questo non sarà abbastanza perché loro, le protagoniste, le bambine in silenzio, vengono anche sbeffeggiate a scuola dai compagni e ignorate dai professori. Dolore, sofferenza che si aggiungono ad altro dolore, altra sofferenza. Un circolo dal quale è impossibile uscire, almeno finché si risiede nell’istituto.

Io, personalmente, sono stata dalle suore per i dopo scuola: i miei genitori lavoravano entrambi e, non sapendo dove portarmi per l’ora di pranzo, mi hanno scritto in questo collegio: ovviamente, c’erano delle ragazze che ci vivevano, ma oltre a loro c’eravamo noi che ci fermavamo fino alle cinque del pomeriggio circa. Questa lettura, quindi, è stata anche più tosta del previsto. Ho cercato di scavare nei miei ricordi di bambina, ho cercato di trovare qualche assonanza, ho cercato di ricordare se qualche episodio del genere si fosse svolto davanti a me. Fortunatamente la risposta è stata negativa sotto tutti i punti di vista e, quindi, sono riuscita a prendere coscienza del fatto che, probabilmente, non tutte le suore e non tutti i collegi sono uguali. Per fortuna, aggiungerei.

In Il suono di mille silenzi, Emma La Spina ci parla della sua vita, di ciò che ha subito e vissuto fino ai diciotto anni, fino a quando – diventata maggiorenne – non viene sbattuta improvvisamente in strada. Da quel momento dovrà cavarsela da sola. Il resto della sua storia viene raccontato in Mille volte niente.

Se siete intenzionati a leggerlo, dovete sapere che la lettura non sarà leggera, ma che ne varrà la pena. Scoprirete un altro pezzo di questo mondo, purtroppo, marcio.

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