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[RECENSIONE] Dopo la pioggia di Tracy Farr

[RECENSIONE] Dopo la pioggia di Tracy Farr

È bello avere qualcosa di solido da afferrare. Passa troppo tempo alla ricerca di appigli metaforici, tenendoli insieme, non lasciando che si vedano le spaccature. Non lasciando che la gente sappia che ci sono spaccature.

Tracy Farr | Dopo la pioggia | Uno rosso | € 13,50 | Pag. 345

A Cassetown, Iris e la sua famiglia allargata – l’ex marito e sua moglie e la loro bambina; suo figlio e la figlia della sua migliore amica – si riuniscono in un lungo fine settimana per impacchettare la casa di vacanza ora che è stata venduta. Si ritrovano assieme per un’ultima volta, per un ultimo fine settimana, per un ultimo party. Dopo la pioggia celebra le complessità famigliari quotidiane: zie e fratellastri ed ex, e una bambina che attende ancora di ricevere un nome; genitori e partner che mancano, e coloro che li rimpiazzano. Parla delle faglie che corrono sotto la superficie e dell’angoscia e dell’incertezza – del fatto che la terra potrebbe slittare, letteralmente o metaforicamente, sotto i nostri piedi in qualsiasi momento. È un romanzo dei giorni nostri che gioca con il tempo e con il modo di raccontare le storie.

LA MIA OPINIONE

Iris e Paul sono stati felicemente sposati e, da questo matrimonio, è nato un figlio, Kurt. Quando, poi, Paul si innamora di Kristin e nasce la loro bambina, che a distanza di mesi dalla nascita non ha ancora un nome (tutti la chiamano Piccola), decidono di vendere la loro casa a Cassetown, la casa su cui avevano fatto progetti per il futuro.

Si dirigono lì, quindi, con la loro famiglia allargata: Iris, Paul, Kurt, Kristin, la piccola, Luce (figlia della sorella gemella di Paul) e Marti (sorella, appunto, di Paul nonché migliore amica di Iris – che li raggiungerà il giorno seguente -). Per dare un addio speciale al passato, prima di chiuderlo definitivamente, danno una festa con tutti i loro amici.

Dopo la pioggia si presenta come un libro il cui tema principale, il fulcro, sono le complessità familiari quotidiane, quindi mi sarei aspettata un carico emotivo non indifferente. Ma tutto è stato tranne che emozionale, sentimentale. Non riesco a trovare neanche una definizione per i personaggi: Kurt e Luce sono due adolescenti con qualche lotta interiore, ma che non viene spiegata granché (per Kurt ancora di meno); Kristin passa la maggior parte del suo tempo ad allattare la bambina e quando non la sta allattando, la tiene comunque sempre, perennemente, in braccio, senza interagire più di tanto con gli altri; Iris è quella che avrebbe dovuto coinvolgere di più il lettore ma, anche in questo caso, tutto piatto.

La mamma di Iris (sì, c’è anche lei) viene a mancare mentre loro sono a Cassetown, Luce nasconde il telefono della zia nonostante le tantissime chiamate da parte della casa di riposo e quando lo restituisce, dicendo di averlo trovato sotto un letto (senza minimamente accennare alle chiamate), Iris ringrazia e finisce lì. Il lettore rimane con la curiosità di sapere cosa succederà nel momento in cui Iris scoprirà le bugie di Luce, anzi è proprio in attesa di quel momento. La rimprovererà? Si arrabbierà? Cosa dirà? Boh, non è dato saperlo. La casa di riposo, poi, ha anche il numero di Paul per le emergenze ma, nonostante questa sia una comunicazione importante e urgente da fare, stranamente non viene mai contattato. Motivazioni non pervenute.

La parte che riguarda Rosa, la mamma di Iris, invece, viene raccontata a ritroso, dal suo centesimo anno fino al giorno della sua nascita, facendoci conoscere dei giovani Iris e Paul viaggiatori. Una parte lunga ben 140 pagine, ma che nulla aggiunge ai fini della narrazione perché, anche in quel caso, le conseguenze di certe scelte non sono minimamente menzionate.

Uno stile freddo, monotono, che fa sembrare questo libro una telecronaca e che lo rende soporifero.
L’autrice, poi, sembra voler caricare troppo la narrazione al fine di far sentire il lettore parte integrante del racconto. Fine che, però, non raggiunge e che causa l’effetto contrario, allontanandolo.
A volte, sono presenti dei dialoghi senza senso, in cui bisogna arrivare a intuizione sul chi sta dicendo cosa, e non sempre ci si riesce.

La pioggia, poi? Una costante! Sembra che tutta l’acqua del mondo si sia rovesciata improvvisamente sopra di loro e che, i protagonisti, sia la prima volta che la vedano.

Tutto troppo e mal raccontato, tanto da avermi reso la lettura davvero complicata.

Prodotto fornito da Il Taccuino Ufficio Stampa

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