[RECENSIONE] Cuorebomba di Dario Levantino

[RECENSIONE] Cuorebomba di Dario Levantino

La vita è una salita continua, non bisogna mai guardare giù. Se guardi giù, ci trovi gli errori, le manchevolezze, le cose che non si possono più aggiustare. Se guardi giù, ci trovi le colpe, le assenza, le orme che ti fanno emozionare perché la vita è fatta di persone che t’accompagnano e poi se ne vanno; se guardi troppo giù, finisce che trovi l’unica cosa che non ti serve. La paura.

Dario Levantino | Cuorebomba | Fazi Editore | € 16,00 | Pag. 265

A Brancaccio, periferia degradata, l’unico modo per difendersi dalla ferocia del quartiere è la famiglia. Ma le famiglie, si sa, sono infelici per definizione e così quella di Rosario. Il padre ha un’altra donna, un altro figlio, e ora è in carcere per spaccio di sostanze dopanti. La madre Maria, invece, scoperta la doppia vita del marito, si ammala di anoressia. Su questo equilibrio precario piomba la scure dei servizi sociali: Maria finisce in una clinica per disturbi alimentari, Rosario in una casa-famiglia. Ispirato dalle sue letture clandestine, il ragazzo diventa così una sorta di Oliver Twist, in lotta contro una legge folle che, nel nome dei diritti dei minori, recide i legami e separa le persone dagli affetti più cari. Nella sua guerra al malaffare che gira intorno ai servizi sociali e nel tentativo di ricongiungersi alla madre, il protagonista però nulla potrà contro le estreme conseguenze di una sentenza definitiva. Fortuna che c’è Anna, ragazza di poche parole, misteriosa e magnetica, a donare a Rosario la luce di una rivelazione: esiste un solo veleno contro la morte ed è l’amore.
Dall’autore di Di niente e di nessuno, esordio felice e pluripremiato, un nuovo romanzo incisivo e vibrante sulla forza dei legami profondi, che vede ancora una volta il giovanissimo Rosario alle prese con le sofferenze della vita. Un racconto emozionante su cosa significhi diventare adulti affrancandosi dalla violenza e dalla miseria anche grazie allo sport e al potere salvifico dei libri.

LA MIA OPINIONE

Rosario ha sedici anni; suo padre ha un’altra famiglia e ora è in carcere; sua madre, invece, si è lasciata andare dopo la scoperta del doppio tradimento di suo marito e si è ammalata di anoressia.

C’ho sedici anni, una mamma malata e tutta la vita davanti.
C’ho sedici anni e ho capito una cosa: i padri, i figli, li hanno sempre odiati. Lo dicono tutti: pure i telegiornali, pure gli psicologi, pure la mitologia!
[…]
C’ho sedici anni, un papà che mi odia e tutta la vita indietro.
E una storia assurda.
C’ho una storia assurda, io.

Rosario passa le sue giornate cercando, come può, di aiutare sua madre, di farla tornare a vivere, di risollevarla dall’infelicità che l’attanaglia, ma lei non sembra minimamente interessata.

E poi il silenzio.
Il solito.
A quello mai riuscivo ad abituarmi.

Salta spesso la scuola, e quelle poche volte che ci va viene sempre preso di mira: compagni che lo isolano e professori, quelli che dovrebbero aiutarti, capirti, sostenerti, che lo trattano come un delinquente, come una persona da cui stare alla larga, una persona inutile, feccia. Perché non è vero che la scuola ti emancipa, questa è una bugia che gli ipocriti amano dire: la scuola ti ribadisce soltanto chi sei e da dove vieni. E io lo so da dove vengo.
In una di queste giornate scolastiche, Rosario svolge un tema in cui racconta di sua madre, la persona che conosce meglio, della sua malattia e di quello che, inevitabilmente, comporta. La sua professoressa di italiano, quella che più di tutti – insieme al professore di ginnastica – lo tratta a pesci in faccia, avverte gli assistenti sociali. Quando intervengono, Rosario e sua madre vengono separati: lui viene mandato in una casa-famiglia, lei in una clinica per disturbi alimentari.

Mi sembrava di morire, mi sembrava che quella presa fosse una fune sottile su un baratro di cui non vedevo la fine.

Cuorebomba è un romanzo forte, potente, travolgente che parla di separazione e delle sue conseguenze (quella tra Maria e suo marito, prima, e quella tra Rosario e Maria, poi), di famiglia, problemi, difficoltà, degrado, assistenti sociali, della scuola che – invece di aiutarti – ti affossa ancora di più. Parla di dolore, solitudine, pregiudizi; parla di sacrifici, di cadute, di risalite e altrettante ricadute. Parla di amore, quello che lega un figlio e una madre e quello che lega due adolescenti. Parla di sport, di libri e di quanto questi possano aiutarti, aprirti la mente.

Subito dopo aver letto l’incipit, avevo deciso di centellinare questo romanzo, per stare in sua compagnia più a lungo possibile, ma non ci sono riuscita. Dario Levantino riesce, fin dalle prime righe, a rapire il lettore e a tenerlo incollato alle pagine. Il suo stile incisivo, suggestivo, penetrante, insieme alla forza della storia, non fa altro che rendere il lettore avido, bramoso della narrazione. Non ci sono capitoli, solo paragrafi che vanno a comporre tre grandi parti. E ogni parte sembra come se fosse un punto da cui ripartire. Le descrizioni di Palermo, di Brancaccio (dove la storia è ambientata)- soprattutto quelle che si trovano agli inizi delle tre parti – riescono a trasportarci lì, in quelle strade, in quella spiaggia, in quei palazzi, in quella scuola.

E, per quanto è riuscito a caratterizzare in maniera perfetta i personaggi, ci ritroviamo a provare diverse emozioni. Proviamo dispiacere quando Rosario e sua madre vengono separati; sorridiamo quando lo sappiamo in compagnia del suo cane Jonathan e di Anna; ci sentiamo umiliati, proprio come Rosario, arrabbiati, delusi da quello che avviene in casa-famiglia. Un luogo in cui gli educatori dovrebbero accogliere, consolare, curare le ferite di quei ragazzi che – per un motivo o per un altro – vengono mandati lì. Invece si dimostrano cattivi, disinteressati; sono capaci solo di aggiungere dolore al dolore, consapevoli e soddisfatti nel farlo. Direi che, in questa parte, si prova odio la maggior parte del tempo. Viene poi a galla tutto un meccanismo rivoltante che si cela dietro a ciò. E l’odio aumenta sempre di più.
Ammiriamo, poi, la tenacia e la forza di Rosario, quel suo infinito desiderio di ricongiungersi a sua madre. Sua madre che prova, per quanto sia nelle sue capacità, di dargli una vita dignitosa, sempre con il terrore che gli assistenti sociali li dividano di nuovo.

Ovviamente, il personaggio che più ci fa provare emozioni è Rosario. È lui che ci rapirà il cuore. La sua sensibilità, il suo dover crescere troppo in fretta, la sua emotività, la sua dedizione a sua madre, la sua sofferenza, le varie umiliazioni subite, la sua forza, la sua tenacia, il suo coraggio, la sua caparbietà, la sua persistenza, il suo amore per Jonathan cane e Anna, le sue emozioni: tutto di lui farà breccia in noi. In fondo, Rosario è un cuorebomba e un cuorebomba non si può far altro che amarlo.

Un cuorebomba è un debole gentile, è un fragile forte, è uno che al posto del cuore c’ha una bomba. Avere il cuore come una bomba significa vivere le emozioni in maniera esplosiva, quindi in maniera letale perché le emozioni, quando vanno a mille all’ora, t’ammazzano. Sono pericolosissime, le emozioni di un cuorebomba: sanno farti volare, se positive, ma ti mangiano l’anima, se negative. Chi c’ha il cuore come una bomba si muove continuamente tra due poli: quello della felicità semplice e genuina, e quello dello sconforto più cupo e deprimente; per questo motivo un cuorebomba è indifeso, proprio perché è alla mercé dei sensi. Sa capire il dolore, un cuorebomba, sa soffrire con gli altri, sa mettersi da parte, riceve tutto in maniera amplificata da un’anima sensitiva.

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