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[RECENSIONE] Tornare a casa di Dörte Hansen

[RECENSIONE] Tornare a casa di Dörte Hansen

A Brinkebüll c’erano molte cose non dette, alcune aleggiavano da decenni per il paese, di casa in casa, di fattoria in fattoria. A volte si posavano un istante, se qualcuno si lasciava sfuggire una parola, per lo più da ubriaco, non proprio a colpo sicuro. Poi riprendevano il largo, accennate e intuite, impronunciabili e già mezze dimenticate. Il silenzio era come una seconda lingua, lo si imparava come si imparava a parlare. Persino i bambini sapevano cosa si poteva e cosa non si poteva dire.

 Dörte Hansen | Tornare a casa | Fazi Editore | € 18,50 | Pag. 310

Quando un bambino nasce in un paesino di provincia dove di bellezza non c’è neanche l’ombra, è figlio di una ragazzina affetta da ritardo mentale e fin da piccolissimo viene messo in piedi su una cassa a spillare birra al bancone di una locanda, il fatto che da adolescente frequenti il liceo è piuttosto sorprendente; se poi diventa un professore universitario e decide di lasciarsi tutto alle spalle, l’evento è più unico che raro, e in paese c’è chi lo vive come un tradimento. Nel momento in cui, alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo fugge da una vita accademica insoddisfacente e da un’ambigua convivenza a tre in un appartamento in cui non si diventa mai adulti per tornare a casa e prendersi cura dei nonni – Sönke, l’oste arroccato nella sua locanda semiabbandonata, ed Ella, che la vecchiaia ha reso capricciosa e imprevedibile –, due realtà apparentemente inconciliabili si scontrano, dando vita a una crepa profonda dalla quale tutto torna a galla. Il ritorno a Brinkebüll diventa così un’occasione per riscoprirsi e reinventarsi: ci sono conti da saldare, ruoli da invertire e tante tappe da rivisitare prima di muovere il primo passo verso il cambiamento. Il contrasto fra due mondi, il nostro passato e il nostro presente, le famiglie da cui proveniamo e quelle che ci siamo scelti, è la sostanza da cui germoglia questo romanzo meraviglioso, che racconta l’evoluzione di un paesino e i destini individuali dei suoi abitanti con dolcezza, ironia sottile e una vena di malinconia.

LA MIA OPINIONE

Ingwer Fedderson è l’unica persona, nata nel piccolo paesino di provincia Brinkebüll, a essersene andata, a non aver svolto la vita di agricoltore, come ci si sarebbe aspettato. È un docente universitario a cui piace immaginare la vita di una persona, la sua provenienza, già dal nome. Ed è proprio il nome di una sua studentessa che lo catapulta nei ricordi, lo fa tornare indietro nel tempo e lo fa pensare a cosa ha lasciato. I suoi nonni, la sua famiglia. Suo nonno, ogni tanto, sembra materializzarsi davanti ai suoi occhi, mentre è in ufficio, con la sua disapprovazione per la scelta fatta dal nipote.
Quando la sua vita sembra essere in stallo, quando il mestiere di docente inizia a non dargli più soddisfazione, quando la convivenza a tre inizia a stargli stretta, decide di prendersi un anno sabbatico. Torna così in quel paesino che l’ha visto crescere e che ora è cambiato, evoluto. Torna in quella locanda che l’ha protetto, dietro quel bancone che lo separava dagli altri. Torna dai nonni, che lo hanno cresciuto come fosse loro figlio, e che ora hanno bisogno di essere accuditi. Torna in quel paesino dove ogni singolo abitante ha nascosto a lui la verità su sua madre. Verità che ha dovuto scoprire da solo, mettendo insieme i pezzi del puzzle.

Tornare a casa è un romanzo malinconico, scritto con una prosa lenta ed evocativa. Le descrizioni dei paesaggi sono capillari e ti fanno immediatamente apparire davanti agli occhi questo piccolo paesino, che si è evoluto con il tempo.
Nel raccontare la storia di Marret, Ingwer, Sönke ed Ella, Hansen intreccia abilmente passato e presente, pensieri e azioni. E, in questo suo intrecciare, ci lascia qualche colpo di scena. Lo fa in modo talmente delicato che – all’inizio – non arriva la sorpresa. Ti lascia sedimentare quelle parole nella mente, ti porta a fermarti e a chiederti se davvero intendesse quello che hai letto. L’ho apprezzato molto perché le sue parole ti rimangono impresse e ti coinvolgono ancora di più.

La caratterizzazione dei personaggi, poi, è accurata , approfondita, minuziosa, sia di quelli principali, sia di quelli secondari. Ogni singolo personaggio ha il suo giusto peso, la sua giusta attenzione, che rende al lettore facile capirlo e apprezzarlo. Il mio preferito, quello che più mi ha legata a sé, è senza dubbio Sönke: un uomo che ha accettato ciò che gli è capitato, non ha fatto scenate, si è preso le responsabilità che neanche gli spettavano, ha subìto sempre i cambiamenti d’umore di sua moglie, ha cresciuto un ragazzo per bene. Un uomo che ha un’aria così rassegnata da far quasi male. Ecco, Sönke ce l’ho nel cuore!

Questo è un romanzo in cui le origini giocano un ruolo fondamentale; che ti fa capire che non si possono sradicare e che il passato non si può certamente cambiare. Quello che si può cambiare è il futuro, e sta a noi scegliere in che modo.

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