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[RECENSIONE] Non è mai troppo tardi di Stefania Russo

[RECENSIONE] Non è mai troppo tardi di Stefania Russo

È bizzarro: a volte hai la sensazione di avere l’ennesima giornata storta della tua vita, poi un paio di amici ti portano due fette di torta e un bricco di caffè e allora il mondo ti sembra subito migliore.

 Stefania Russo | Non è mai troppo tardi | Sperling&Kupfer | 
€ 15,90 | Pag. 230

Mi chiamo Annarita, ho ottantaquattro anni e vivo nel Mostro di cemento, un anonimo complesso residenziale nella periferia di Milano, su una stramaledetta sedia a rotelle. Non si può certo dire che io sia autosufficiente, ma per fortuna posso contare sull’aiuto di Olga, una donna rumena premurosa e gentile. Ho anche una figlia, Katia, che vive proprio nella palazzina qui accanto, ma non ha più tempo ormai da dedicare alla sua vecchia. C’è una cosa, però, per cui le sarò per sempre grata: sua figlia Stella, la mia affettuosa nipotina sedicenne, la mia felicità quotidiana. Trascorro le mie giornate tra un caffè con i vicini e i romanzi che Olga mi legge, trascinandomi, di tanto in tanto, nel cortile del Mostro, dove ho conosciuto questo strambo vicinato con cui mi sono trovata a vivere: le vecchiette con cui vado a messa, Alessio – il fidanzatino di Stella – e gli altri ragazzotti con i pantaloni strappati, il giovane e instancabile Totò e don Antonio, su cui tutti possiamo sempre contare. Non ho mai visto il Mostro così animato come nelle ultime settimane, tanti vicini disposti a donare il loro tempo e altrettanti a pagare per imparare a impastare il pane o a usare il computer. Si chiama Banca del Tempo. L’idea è venuta a Stella: chi vuole può rendersi disponibile offrendo dei corsi, e il denaro raccolto dai partecipanti servirà ad aiutare la sorella di Olga, gravemente malata. Speriamo solo che non sia troppo tardi…

LA MIA OPINIONE

Annarita è un’anziana signora di ottantaquattro anni che vive nel Mostro di cemento e che passa le sue giornate in casa, concedendosi raramente un’uscita. Da quando, infatti, le sue gambe non riescono più a sorreggerla, è stata costretta a ricorrere all’uso della carrozzina. È successo tutto in un lasso di tempo breve: da indipendente e autonoma è passata ad aver bisogno di un bastone e, successivamente, di un deambulatore pieghevole, quando i primi cedimenti sono emersi. Fino a quando, anche questi, sono diventati insufficienti.
Di lei si occupa Olga, una volontaria di cinquanta anni. Quando lei non c’è, può fare affidamento a sua nipote Stella, colei che – con la sua nascita – le ha donato una nuova vita, e a Ornella e Giorgio, suoi vicini di pianerottolo. Annarita, però, non ama disturbare e cerca sempre di fare da sola le cose, nel limite del possibile.
Con Olga si trova bene: lei è scrupolosa, attenta, premurosa, dolce, calma. Ed è proprio quando queste sue qualità cominciano a scarseggiare, a diminuire drasticamente, che capisce che qualcosa non va. Il suo essere sfuggente, frettolosa, il suo dimenticarsi anche le cose basilari, tipo somministrarle le medicine, fanno scattare in lei l’allarme.
Scopre che la sorella di Olga, Ada, è affetta da mielofibrosi, una malattia rara degenerativa che colpisce le cellule staminali del midollo osseo. Le hanno dato sei mesi di vita e la possibilità di sperimentare una nuova cura in Italia, ma il trasferimento dalla Romania è oneroso. Mentre la sua badante svolge vari lavori per tentare di riuscire nell’impresa, Annarita e Stella mettono su la Banca del Tempo, una sorta di sistema per scambiarsi i favori. In questo caso, chi vorrà potrà mettere a disposizione altrui il proprio sapere, venendo pagato per quelle lezioni e raccogliendo così i soldi necessari.
Grazie a questa rete di solidarietà, Annarita ritroverà la gioia di condividere le giornate con gli altri; ritroverà la forza che aveva un tempo e farà di tutto per raggiungere il proprio obiettivo.

Non è mai troppo tardi è il romanzo di esordio di Stefania Russo, che tutto sembra tranne questo! È una storia pregna di speranza, solidarietà, fiducia, attenzione, scritta in un modo diretto, pulito, dolce e al tempo stesso ironico.
Veniamo catapultati immediatamente nella vita della signora Annarita e capiamo subito il tipo di persona. Un’anziana che si fa amare fin dalle prime righe:

Ebbene sì, ho ottantaquattro anni e mi chiamo Annarita. Avete idea di cosa significhi avere a ottantaquattro anni? No? Adesso ve lo spiego.

E quello che ci spiega ci fa, a tratti, sorridere e, a tratti, riflettere sulla veridicità di quelle parole. Veniamo anche a conoscenza della sua vita, del suo passato, del lavoro svolto da stenografa presso l’ufficio di un avvocato (poi lasciato per crescere sua figlia, Katia), degli anni difficili della guerra, del suo matrimonio. In alcuni momenti, la sua nostalgia, il peso dei suoi ricordi, dei suoi rimpianti, sono palpabili. Conosciamo l’amore spropositato che nutre per sua nipote Stella e l’astio che, invece, prova per sua figlia. Il rammarico di una situazione che sembra non poter cambiare.
In questo romanzo, che si fa divorare, ci imbattiamo soprattutto nel lato bello dell’essere umano, nella rete di solidarietà che si crea anche nei confronti di qualcuno che non conosciamo, che non fa parte della nostra vita.
Con la sua scrittura, Stefania Russo ti fa entrare talmente tanto nella storia, da farti sentire parte del Mostro di cemento. Ti fa provare simpatia per alcuni abitanti di quel posto; rabbia nei confronti di altri e dei loro comportamenti; dispiacere per altri ancora.
Ho passato le ultime trenta pagine alternando pianti e risate, spesso sovrapponendoli; ho passato le ultime trenta pagine con la consapevolezza – bellissima – di poter ancora sperare nell’umanità, nel bene. E posso solo ringraziare l’autrice per le stupende sensazioni che mi ha fatto provare.

Gifted by Stefania Russo

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