[RECENSIONE] Nel mare c’è la sete di Erica Mou

[RECENSIONE] Nel mare c’è la sete di Erica Mou

Spesso succede così, nella vita dei grandi, che si cancellano le stelle in favore degli imperativi.

Erica Mou | Nel mare c’è la sete | Fandango Libri | € 16,00 | Pag. 221

Maria e Nicola sono una coppia rodata, lui pilota di aerei, cuoco e genero perfetto (per quanto esprima la sua ansia in dolori notturni che gli stringono il corpo), lei un po’ meno perfetta, una di quelle donne che in borsa non trovano mai nulla e che, soprattutto, molti anni prima ha ucciso Estate, sua sorella. La famiglia di origine si è strutturata intorno a questo lutto, il padre ha smesso di andare in ufficio, la madre si è sforzata di avere rapporti con lei, la figlia rimasta. Dopo aver passato anni a vivacchiare senza uno scopo, dopo il classico periodo a Londra, Maria ha messo su un eccentrico negozio: i clienti vanno da lei perché pensi e compri per loro regali importanti per persone che lo sono altrettanto. Il suo lavoro consiste nel confezionare l’amore e l’affetto con un bel fiocco, per chi non ha il tempo di farlo. La vita di Maria però, sempre in bilico, un giorno si incrina definitivamente: in ventiquattro ore, il tempo di quattro pasti, ha un negozio che non vuole, un compagno che non riesce a lasciare, e una scoperta che la porterà a riconsiderare tutto ciò che la circonda. In un romanzo che lega un tono leggero a una sconcertante franchezza, Erica Mou demolisce la retorica zuccherosa delle relazioni d’amore e racconta come dietro ogni coppia perfetta possa nascondersi un doppio fondo inaspettato.

LA MIA OPINIONE

Maria è una donna che, fin da piccola, ha dovuto combattere contro gli sguardi accusatori di suo padre, contro le parole della madre che mal si incastravano con i suoi occhi, suoi atteggiamenti, contro i pensieri della gente. Perché venticinque anni prima, Maria ha ucciso sua sorella Estate. E da quel giorno, ogni cosa è cambiata. Le dicono che non è colpa sua, ma lei si accorge di come la guardano, dell’idea che hanno, di quello che pensano realmente di lei.

Oggi sono venticinque anni che ho ucciso mia sorella.
Nessuno lo ha mai detto ad alta voce ma io so sentirli forte e chiaro, i pensieri degli altri. Quelli scomodi, poi, hanno un rumore particolare, fanno un suono costante e lento come le onde che sbattono nel porto, come i tacchi alti mentre continui a camminare, resistere e sorridere.
Mia madre dice che non è stata colpa mia.
Mia madre li indossa spesso, i tacchi alti.

Questo fatto le condiziona anche le relazioni: quella con suo padre, che si ferma esattamente a quel giorno; quella con sua madre, fatta di accuse mancanti e sguardi indagatori; quella con Nicola, suo marito, che si regge su un filo sottilissimo dal quale è facilissimo cadere giù; quella con Ruth, la coinquilina conosciuta nel periodo in cui abitava a Londra, a cui si aggrappa come fosse una sorella; quelle, in generale, con le persone che la vanno a trovare nel suo negozio, in cerca di qualche regalo adatto alle persone a loro care, di cui percepisce le reali intenzioni, i sentimenti, la verità. Persone di cui riesce a vedere i colori, riesce a capire se una secchiata di vernice nera abbia sporcato la loro tela bianca, esattamente come è successo a lei, il giorno della morte di Estate. Come è successo ai suoi genitori, quel giorno. Come è successo a Nicola, moltissimi anni dopo.

Io ho capito che la morte fa dire solo una parola, quando la guardi negli occhi […]
Ti concentri su un concetto e lo ripeti mille volte, un po’ come le mie filastrocche, dove le parole diventano suono. E quando questo accade, dalla bocca sputi magicamente piccoli blocchetti di ghiaccio, per lenire le ferite o rinfrescare le sere d’estate torride, come quella in cui Nicola capì che anche la sua vita bianca era diventata a colori.

Nel mare c’è la sete è un romanzo che si svolge, in un solo giorno, nella mente della protagonista. Noi siamo lì: spettatori dei suoi pensieri, anche quelli più intimi, quelli non espressi poi a voce; siamo spettatori dei suoi ragionamenti, delle sue decisioni, delle sue conclusioni; siamo spettatori di quel dolore ingombrante che si porta dietro e che le ha condizionato la vita; di quel rapporto interrotto bruscamente con quel padre che non la fa più giocare; di quel suo crescere improvvisamente, non sapendo bene ancora come. Siamo spettatori delle parole: quelle composte, quelle che al loro interno ne nascondono delle altre; quelle che, fino a un minuto prima, non degnavamo di uno sguardo, ma che poi irrompono con la loro bellezza nella nostra mente.
Erica Mou è una cantautrice e in questo romanzo inserisce anche una musicalità. Si ha, infatti, la sensazione di leggere una canzone continua: le frasi corte, il ritmo incessante, a cui solo noi possiamo attribuire una melodia adatta. Una melodia, a tratti, più cruda e forte e, a tratti, più delicata e lenta.
Un romanzo che ci fa ben capire che, purtroppo, le nostre tele bianche non rimarranno mai tali, per sempre. Succederà qualcosa che, inevitabilmente, ci verserà sopra un barattolo di vernice nera che colorerà la nostra tela. Ma anche il nero non è un colore definitivo: ci saranno le sfumature, potremmo avere a disposizione un altro secchio di vernice bianca e potremmo far tornare la tela al suo colore originale. Saremo consapevoli, in quel caso, che un secchio di vernice nera potrà cascarci sopra improvvisamente, in qualunque momento, di nuovo. E forse saremo un po’ più preparati.

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