[RECENSIONE] L’enigma della camera 622 di Joël Dicker

[RECENSIONE] L’enigma della camera 622 di Joël Dicker

Quando si vuole veramente credere a qualcosa, si vede solo quello che si vuole vedere.

 Joël Dicker | L'enigma della camera 622 | La Nave di Teseo |
 € 22,00 | Pag. 632

Un fine settimana di dicembre, il Palace de Verbier, lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, ospita l’annuale festa di una importante banca d’affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente.
La notte della elezione, tuttavia, un omicidio nella stanza 622 scuote il Palace de Verbier, la banca e l’intero mondo finanziario svizzero.
L’inchiesta della polizia non riesce a individuare il colpevole, molti avrebbero avuto interesse a commettere l’omicidio ma ognuno sembra avere un alibi; e al Palace de Verbier ci si affretta a cancellare la memoria del delitto per riprendere il prima possibile la comoda normalità.
Quindici anni dopo, un ignaro scrittore sceglie lo stesso hotel per trascorrere qualche giorno di pace, ma non può fare a meno di farsi catturare dal fascino di quel caso irrisolto, e da una donna avvenente e curiosa, anche lei sola nello stesso hotel, che lo spinge a indagare su cosa sia veramente successo, e perché, nella stanza 622 del Palace de Verbier.

LA MIA OPINIONE

Nell’estate del 2018, dopo la fine della relazione con Sloane, Joël Dicker si reca a Verbier. Per staccare la spina e riprendersi, decide di soggiornare al Palace de Verbier, un albergo maestoso, circondato da una foresta di pini e a strapiombo sulla valle del Rodano.
Quella che dovrebbe essere una vacanza, si trasformerà invece in un’indagine. Dicker si rende subito conto che c’è qualcosa che non va nella sequenza dei numeri delle varie camere. La camera 622 non esiste, o meglio viene chiamata 621bis, e si chiede come mai ci sia questa anomalia.
Quella stanza è occupata da Scarlett che, incuriosita, trascina lo scrittore dal portiere che, però, fornisce una spiegazione che non convince. Scarlett si reca in paese ed è qui che scoprirà ciò che è davvero successo.
Il 16 dicembre 2003, al Palace de Verbier, c’è stato un omicidio che ha scosso tutto il paese e la città di Ginevra. Era in corso il Gran Weekend della Banca Ebezner, si sarebbe eletto il nuovo presidente e tutti erano in fermento. Quello che è accaduto ha cambiato per sempre la vita dei protagonisti.

L’enigma della camera 622 è un thriller narrato con uno stile pulito, coinvolgente, intrigante. Joël Dicker, ormai lo conosciamo, è abilissimo a costruire delle trame intrecciatissime e a non sbagliare nemmeno una volta. Inserisce nella narrazione dei dettagli che ti portano esattamente dove vuole lui, per poi stupirti con dei colpi di scena degni di nota, che ti lasciano di stucco e ti fanno porre delle domande.
I personaggi sono tutti ben definiti e creati, soprattutto all’inizio, per far avere al lettore una determinata opinione. Nel corso della storia, ci si ricrederà assolutamente. Macaire è il classico ragazzo che non ha mai dovuto faticare per arrivare dove è; Levovitch interpreta quello che dal basso è riuscito ad arrivare in alto, andando contro tutti; Anastasia è la classica persona, almeno in apparenza, stanca e annoiata della vita che conduce. Una vita agiata, ma piatta. I personaggi, in questo romanzo, sono tanti, ma questi sono quelli legati soprattutto da una cosa: il condizionamento negativo da parte dei genitori.
Due cose, infatti, emergono prepotenti da questa lettura: l’affetto e il riconoscimento dell’autore nei confronti del suo editore, Bernard de Fallois, venuto a mancare due anni fa, e il ruolo dei genitori che tutto fanno tranne che comportarsi da tali. La madre di Anastasia, per esempio, credo sia una delle peggiori. L’unico personaggio che si è comportato da padre, il signor Rose – proprietario del Palace de Verbier -, è l’unico che, in realtà, non aveva figli.

C’è qualcosa che non mi ha convinta del tutto ed è il motivo per il quale non ho dato 5 stelle. Sebbene gli archi temporali siano tre (quello presente, quello risalente all’omicidio e quello risalente a quindici anni da quest’ultimo) e quelli riferiti ai due passati si intreccino meravigliosamente e perfettamente, quello riferito al presente risulta debole, inserito nelle dinamiche della storia al solo scopo di omaggiare l’editore. Omaggio che, devo ammettere, mi è piaciuto molto e da cui traspare tutto il bene e la stima che provavano reciprocamente, ma che mi ha dato la sensazione di essere “inutile” ai fini della narrazione.
Poi, sebbene continuando a leggere tutto trovi il suo posto e il suo significato, all’inizio ho storto il naso quando mi sono trovata di fronte alcune scene surreali, che mi hanno fatto pensare più a una sceneggiatura che a un romanzo.

Detto questo, Dicker è e sarà sempre un autore che consiglierò, perché ha un talento nel creare i suoi racconti, nel coinvolgere il lettore, nell’intrecciare varie storie – vari tempi – e a non perdersi mai, ed è capace di farti divorare pagine su pagine senza fartene rendere conto.

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