[RECENSIONE] La forma del silenzio di Stefano Corbetta

[RECENSIONE] La forma del silenzio di Stefano Corbetta

Fin da piccolo aveva imparato a scrutare gli sguardi, decifrare i movimenti impercettibili del corpo, interpretare ogni piccolo segno che potesse nascondere un’intenzione. Funi a cui Leo cercava di aggrapparsi per non scivolare in un’altra forma di silenzio, quella più cupa e desolante dentro cui la sua solitudine sarebbe diventata insopportabile. Viveva dietro una parete di cristallo che lo teneva lontano dagli altri e teneva gli altri lontano da lui. Sarebbe bastato allungare una mano e le sue dita avrebbero sfiorato la superficie fredda di quel muro infrangibile per sentirla vibrare sotto i colpi dei suoi desideri che nascevano e morivano nello spazio di un respiro.

 Stefano Corbetta | La forma del silenzio | Ponte alle grazie | 
€ 16,00 | Pag. 232

Leo ha sei anni. È nato sordo, ma la sua infanzia scorre serenamente. Con la sua famiglia, Leo parla la Lingua dei Segni, e quella degli affetti, che assumono forme inesplorate nei movimenti delle mani dei genitori e della sorella Anna. Ma è giunto il tempo della scuola e Leo viene mandato lontano da casa, a Milano, in un istituto che accoglie bambini come lui. Siamo ai tempi in cui nelle scuole è vietato usare la Lingua dei Segni. All’improvviso per Leo la vita diventa incomprensibile, dentro un silenzio ancora più grande di quello che ha vissuto fino a quel momento. Poi, in una notte d’inverno del 1964, Leo scompare. A nulla servono le ricerche della polizia: di Leo non si ha più notizia. Diciannove anni dopo, nello studio della sorella Anna, si presenta Michele, un compagno di Leo ai tempi della scuola. E inizia a raccontare la sua storia, partendo da quella notte d’inverno.

LA MIA OPINIONE

Leo ha solo un anno quando gli viene diagnosticata la sordità bilaterale. Una doccia gelata per la sua famiglia. Negli anni a venire, il padre sarà colui che troverà più difficoltà nell’approcciarsi a lui. Si limiterà ad abbracci, sorrisi e gesti d’affetto. Sua madre cercherà, per quanto possibile, di trovare un loro modo per capirsi ed esprimersi. Anna, sua sorella, sarà colei che – invece – più di tutti riuscirà a capirlo, comprenderlo e a comunicare con lui.
All’età di sei anni, Leo viene mandato in una scuola per sordi, un collegio, dove rimarrà dal lunedì al venerdì, per poi tornare a casa nel fine settimana. Sono i primi anni Sessanta e la Lis (Lingua Italiana dei Segni) è vietata.

Lo aveva stabilito la Conferenza internazionale di Milano sull’educazione dei sordomuti nel 1880. Loro sapevano esattamente quale fosse la cosa migliore da fare. Loro, che non erano sordi né muti, loro che potevano parlare e sentire e vivevano in quel mondo perfetto, loro che a occhi chiusi potevano dire il proprio nome e lasciarlo galleggiare nell’aria, quelle stesse persone avevano deciso che nelle scuole la Lingua dei Segni andava bandita, perché i gesti erano per gli animali, l’istinto dei primati, e svilivano l’uomo. Solo la parola avrebbe salvato. Perché in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio.

In questo istituto, si spronano i bambini a parlare con la voce, a usare il labiale, a studiare le parole seguendo il movimento delle labbra. Le mani possono utilizzarle solo per questioni didattiche, ma se hanno intenzione di comunicare qualcosa, allora quelle vanno tenute ferme. Come fossero legate. Come non esistessero.
Leo odia andare a scuola, cerca di farlo capire, ma ogni tentativo è vano.
Una notte di dicembre del 1964, il 16 per la precisione, durante una festa prenatalizia organizzata dalla scuola per l’imminente arrivo delle vacanze, Leo scompare. Nessuno sa dove sia andato e di lui si perdono le tracce.
Questo è solo l’inizio di un incubo.
Anna ha solo 14 anni quando Leo scompare. Lo attende tutti i giorni, con la pioggia o con il sole, con il caldo o con il freddo, seduta nel marciapiede davanti la scuola che suo fratello tanto odiava. Seduta lì, in attesa di un suo ritorno che non ci sarà. Elsa, la madre, diventa ottimista, si ripete spesso che suo figlio farà ritorno e che tutto si sistemerà mentre Vittorio, il padre, cade in uno stato depressivo che lo inghiotte. Uno sguardo vuoto, il suo, che accompagna quelle giornate sterili. Una famiglia che si sfascia, che si sgretola piano piano, senza che ci sia possibilità di recupero.
La vita va avanti, scorre inesorabile, e chi è rimasto deve fare i conti ogni giorno con un dolore che si rinnova, che non si placa, a cui però ci si deve abituare.
Anna diventa psicologa e insegnante di Lis, una vocazione che le ha dato suo fratello, come se così potesse sentirlo ancora vicino a lei.
Dopo diciannove anni da quella tragica notte nevosa, al suo studio si presenta Michele. Un ragazzo dallo sguardo freddo, impassibile, dal cui viso non traspare nessuna emozione. Anna è impressionata perché, generalmente, i sordi tendono a muovere molto il corpo, in mancanza del suono.
Michele le dice di essere un amico di Leo, che quella sera era in sua compagnia e di sapere perfettamente chi sia la persona che lo ha rapito e lo ha portato via dai suoi affetti. Per anna, quei giorni sono tornati vividi come non mai. Adesso, con le informazioni in suo possesso, nonostante la rabbia, nonostante la mancanza di fiducia, vuole indagare, vuole scoprire se questo misterioso ragazzo stia dicendo la verità. Per farlo, è obbligata a ricorrere a menzogne, omissioni e nuove identità.

La forma del silenzio non è solo un giallo, ma è soprattutto un approfondimento sui sentimenti. È una storia di perdita, di dolore, di un’infanzia rubata, di una famiglia distrutta. La malinconia, l’angoscia, i sensi di colpa, la frustrazione sono sentimenti che permeano tutto il romanzo. La frustrazione è quella più palpabile: c’è quella di Leo, che non riesce a esprimersi, bloccato nel suo mondo esclusivamente visivo e c’è quella dei genitori, che non riescono a comunicare con il loro figlio come vorrebbero, che si sentono inadatti al ruolo e non sanno come uscirne.
Questa è anche la storia di una violenza: togliere la possibilità a un sordo di dialogare, di esprimersi, di comunicare attraverso i gesti, tramite la Lis, è un vero e proprio maltrattamento. Quella è la loro lingua! Immaginate di parlare nella vostra lingua, immaginate di cantare, urlare, sussurrare. Ora immaginate che vi chiudano la bocca, che ve la cuciano e che, per voi, l’unico modo per esprimervi siano i gesti. Sì, potrete indicare, ma poi? Riuscite a immaginare la portata di questo oltraggio? Di quanto sia feroce tutto ciò?

Stefano Corbetta, con uno stile diretto e al tempo stesso delicato, ci racconta una storia toccante, emozionante, rendendo protagonista una tematica, una disabilità di cui si parla troppo poco: la sordità. Le descrizioni degli stati d’animo sono così curate da renderli palpabili: la rabbia di Leo, mentre mostra ad Anna – tenendo le mani dietro la schiena e cercando di urlare – ciò che succede all’interno della scuola; il senso di colpa di Anna, per non essere stata grande abbastanza – all’epoca dei fatti, che noi conosciamo grazie alla sua voce, ai suoi ricordi – e non essere riuscita a fare di più; lo smarrimento che la coglie quando fa la conoscenza di Michele; una sorta di ostilità che la alberga e che prova nei confronti di sua madre, per una reazione strana, troppo pacata, avuta dopo la sparizione di Leo.
Anche i dialoghi sono ben dettagliati e l’autore è riuscito perfettamente a descrivere i gesti, i movimenti delle mani e del corpo, mentre gli interlocutori – a volte Leo e Anna, a volta Anna e Michele – parlano. Si ha la sensazione di riuscire a vederli proprio davanti a noi, durante questo scambio. Possiamo notare il loro ritmo farsi più scattante, veloce, serrato quando la discussione diventa più accesa. Possiamo notare il loro ritmo farsi più calmo, quando il dialogo richiede più tranquillità.
Stefano Corbetta è riuscito a descrivere un mondo, quello dei sordi, narrando le difficoltà che incontrano loro e quelle che incontrano le persone a loro vicine. Narra, in maniera impeccabile, le loro emozioni, le loro paure, i sentimenti contrastanti che spesso li invadono.

Da persona coinvolta, non posso far altro che consigliarvi la lettura di questo romanzo speciale. Se conoscete i sordi, se parlate la Lis, ritroverete in questo testo qualcosa di famigliare, che ve lo farà sentire un po’ vostro; se – invece – conoscete poco o nulla, è un modo perfetto per approcciarsi a loro, per entrare in contatto con questa meravigliosa realtà.
E sempre da persona coinvolta, non posso che ringraziare immensamente l’autore per la delicatezza, l’accuratezza, il rispetto e la profondità con cui ha parlato, narrato di questo mondo ai più sconosciuto.

Un romanzo con il giusto peso del mistero, ma che rende soprattutto dignità e giustizia a tante persone che – spesso – vengono ignorate.

Gifted by Ponte alle grazie/Salani

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