[RECENSIONE] Papà di Régis Jauffret

[RECENSIONE] Papà di Régis Jauffret

Alfred non esisteva molto, esisteva appena. Un merletto di papà, qualche filo intorno ai vuoti, alle mancanze, alle assenze, intorno alla delusione di non trovare nessuno invece di qualcuno.

 Régis Jauffret | Papà | Edizioni Clichy | € 17,00 | Pag. 199

Uno sguardo distratto al televisore, casualmente sintonizzato su un documentario dedicato alla Francia di Vichy, ai collaborazionisti, ai rastrellamenti della Gestapo. Improvvisa, inattesa, inaudita, appare un’immagine di Marsiglia, del palazzo dove lo scrittore è nato e cresciuto, di suo padre ammanettato e portato via da due agenti nazisti. Sette brevi secondi che cambiano tutto quello che si era pensato fino a quel momento. Da questo frammento, inverosimile e impossibile, ha origine la discesa di Régis Jauffret nell’abisso insondabile della vita di suo padre. Chi era Alfred Jauffret? Perché gli è così sconosciuto? Perché di quell’uomo rinchiuso nella sua sordità e nella sua bipolarità non ha mai saputo niente? Da cosa nasce questa sua «sete di un padre»? E allora eccolo tessere, smontare, rappezzare i pochi elementi che ha per costruire il suo «papà», parola insieme tenera e spaventosa, facendoci sprofondare come in ogni suo scritto nei magnifici e terrificanti labirinti di ciò che si è veramente, di ciò che non si vuole dire, di ciò che si cerca di nascondere, anche a se stessi. Di ciò che significa scrivere, creare, rimodellare e inventare la realtà. Un inestricabile groviglio di ricordi e di fantasmi, di vero e di falso, di voluto e di negato, di indicibile e di inaccettabile, di sperato e di irrimediabile. Come il Philip Roth di “Operazione Shylock”, come l’Heinrich Böll di “Foto di gruppo con signora”, come il Jerome David Salinger di “Alzate l’architrave, carpentieri”: uno scivolare cercando di aggrapparsi, violentemente attratti da quel buio nel quale si sa esserci forse una qualche verità che ci è inspiegabilmente eppure anche inevitabilmente necessaria.

LA MIA OPINIONE

Una sera di settembre del 2018, Régis Jauffret è sdraiato sul divano e sta guardando “La polizia di Vichy”, un documentario.
Riconosce immediatamente il palazzo dove ha passato tutta la sua infanzia. In una sequenza di sette secondi, vede due uomini della Gestapo uscire dal palazzo marsigliese con un uomo in manette. In quell’uomo ammanettato, dall’espressione terrorizzata, ripiegato su se stesso come se stesse aspettando delle percosse, Régis riconosce i tratti di suo padre, i suoi lineamenti. Subito invia le immagini ai suoi parenti, che confermano che si tratta proprio di Alfred, suo padre, ma dicono di non aver mai sentito parlare di quell’arresto.

Quei sette secondi di pellicola hanno risvegliato il bambino annidato negli strati più profondi di me, dandomi un’inestinguibile sete di padre.

Inizia così un viaggio nei ricordi, alla ricerca di quel padre che non conosce, alla dissoluzione di dubbi atroci, alla ricerca di una verità che ha paura di scoprire.

Papà è un romanzo intimo, in cui l’autore rivela – in un mix tra storia romanzata e realtà dei fatti – alcuni dettagli della sua vita, la difficoltà di crescere con un padre sordo, che non accetta la sua disabilità e che vede come una condanna – una sfida – il fatto che suo figlio non riporti alcun problema, che non sia sordo come lui.
È la storia di un figlio che, un giorno, scopre una parte della vita di suo padre che non conosceva. Vuole assolutamente indagare sulla verità: scoprire perché nel 1943, qualche mese dopo l’invasione della zona libera da parte dei nazisti, la Gestapo abbia portato via suo padre; come abbia fatto a uscirne indenne e perché tutti in famiglia siano all’oscuro di questo episodio. Mille domande e mille dubbi lo assalgono. Così dolorosi da non volergli dare ascolto.
Régis Jauffret si immerge totalmente in quegli attimi di vita vissuta che possano donargli un’immagine eroica di quell’uomo così sconosciuto ai suoi occhi. Dovrà scavare nel profondo, affrontare di nuovo l’indifferenza che gli ha riservato, il bene che non gli ha mostrato, un rapporto che non è mai esistito. Dovrà di nuovo avere a che fare con la sua anaffettività, con il suo sguardo accusatore, con la sua durezza. Ma sarà necessario perché, per quanto il carattere, la disabilità, la bipolarità del padre li abbiano tenuti distanti, quello è pur sempre suo padre. Il suo papà.

Ringrazio l'Ufficio Stampa di Edizioni Clichy per la copia del libro.

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